Quanto sono utili i farmaci?

In una intervista al “The Indipendent” di quindici anni fa, Allen Roses, allora vice-presidente mondiale della divisione di genetica della GlaxoSmithKline, la casa farmaceutica più grande del regno unito, stimava che il 90% dei farmaci funzionano solo per una percentuale di persone che va dal 30% al 50%, suggerendo che uno screening genetico potrebbe aiutare nel somministrare solamente farmaci efficaci.

L’ignoranza dei pazienti (e a volte anche dei medici) e il desiderio di massimizzare il profitto da parte delle case farmaceutiche può portare a degli scenari non proprio edificanti. Vediamo un paio di esempi:

Supponiamo che da delle analisi del sangue venga fuori che abbiamo il colesterolo “cattivo” alto. E supponiamo che per questo motivo ci vengano prescritte le statine. In questo caso sarebbe utile sapere che l’NNT (Number Needed to Treat: il numero di persone che devono prendere il farmaco perché sia efficace) è per le statine 300, cioè 300 persone devono assumere statine per un anno prima che una di esse sia aiutata, ovvero un attacco di cuore o un ictus sia prevenuto. Uno potrebbe dire che 1 probabilità su 300 è meglio di niente, ma non bisogna dimenticarsi degli effetti collaterali, che nel caso delle statine affliggono il 5% dei pazienti (ad esempio dolori muscolari e problemi gastrointestinali), quindi 15 persone su 300. Conclusione: la probabilità di avere problemi con questo farmaco è 15 volte superiore della probabilità di trarne beneficio.

Un altro esempio: l’intervento chirurgico effettuato più frequentemente sugli uomini con più di 50 anni è la asportazione della prostata per un tumore. Per questo tipo di intervento l’NNT è 49, e gli effetti collaterali, che coinvolgono il 50% dei pazienti sono impotenza, disfunzione erettile, incontinenza urinaria e fecale, e lacerazione del retto. E anche se siete nel 50% dei pazienti fortunati che non subiscono questi effetti collaterali, sembra che il problema tipicamente si ripresenti dopo qualche anno.

Penso sia chiaro che questi dovrebbero essere esempi del tipo di conversazione che dovreste avere con il medico che vi prescrive dei farmaci o vi suggerisce una operazione chirurgica, aiutandovi a valutare se valga la pena di procedere o meno.

Se desiderate  maggiori dettagli sugli esempi descritti sopra, e per saperne di più sull’NNT, date una occhiata al suo sito web, creato da un gruppo di medici indipendenti che non accettano né finanziamenti né denaro proveniente dalla pubblicità, e che hanno sviluppato un sistema di valutazione di varie terapie mediche basato sulla loro documentata efficacia clinica.

Dieta e cervello: cinque cose che la ricerca ha stabilito negli ultimi cinque anni


Negli ultimi cinque anni (2013-2018) la scienza dell’alimentazione e la genetica sono giunte a cinque conclusioni importanti che ritengo valga la pena condividere.

Le notizie che seguono sono prese dal blog del Dr. David Perlmutter [1], un neurologo americano molto noto per il suo lavoro di divulgazione su tematiche riguardanti l’alimentazione e le sue implicazioni per il sistema nervoso centrale.

a. Gli zuccheri sono nocivi alla salute. Questo lo sapevamo già, direte voi, ma a livello ufficiale solo ora le linee guida 2015-2010 per la dieta degli americani [2] invocano una drastica riduzione degli zuccheri (e del sale), a vantaggio dei grassi “buoni”, cioè che non siano saturi e non siano insaturi trans.

b. Finora una dieta priva di glutine era ufficialmente consigliata solamente a persone che presentassero una celiachia conclamata. E’ stata ora riconosciuta ufficialmente l’intolleranza al glutine nei non-celiaci [3], che mostra come alcune persone non celiache possono presentare una varietà di sintomi, anche non legati all’apparato digerente, come artrite, stordimento, depressione, mal di testa, irritabilità, dolori muscolari, neuropatie, ansietà, anemia, e difficoltà nella coordinazione. Gli scenari in cui alcuni fra i sintomi sopra elencati si risolvono con una dieta priva di glutine sembra siano piuttosto comuni.
A rendere le cose ancora più interessanti, è stato dimostrato che la permeabilità della mucosa intestinale, uno dei principali meccanismi che provoca infiammazione in tutto il corpo, è rilevabile in tutte le persone che consumano glutine.

c. I neuroni del cervello possono essere rigenerati, a differenza di quanto si pensasse. Ciò può avvenire non solo con l’esercizio fisico, ma anche con una dieta chetogenica appropriata, che prevede una drastica riduzione dei carboidrati a vantaggio dei grassi “buoni”, che vengono usati come combustibile alternativo e maggiormente efficiente. Bisogna dire che la dieta chetogenica è molto dibattuta al momento, e se stanno ancora valutando pro e contro sia per quanto riguarda la perdita di peso che l’utilizzo nella terapia di patologie importanti come il cancro e le malattie neurodegenerative.

d. Il nostro microbioma, cioè l’insieme dei batteri con cui viviamo in simbiosi e che si trovano nel nostro apparato digerente, influenza significativamente il nostro stato di salute. Quindi il nostro stile di vita, che a sua volta influenza il microbiota, influenza anch’esso significativamente il nostro stato di salute. Per stile di vita intendiamo le scelte alimentari, l’esercizio fisico (o l’assenza dello stesso), i ritmi sonno-veglia, i livelli di stress, i farmaci assunti, per fare alcuni esempi.

e. L’idea che noi siamo ciò che è scritto nel nostro DNA sta definitivamente tramontando. Ora si sa che attimo dopo attimo il nostro stile di vita influenza l’espressione dei nostri geni. Questa scoperta, che ha dato vita ad una intera branca della medicina, l’epigenetica, ha delle ripercussioni enormi anche a livello psicologico, perché seppur entro certi limiti ci rende maggiormente padroni del nostro destino.

Se dopo aver letto questo articolo avrete solo la metà dell’entusiasmo e dell’ottimismo che ho io, dovrebbe essere già abbastanza per influenzare positivamente l’espressione dei vostri geni!

[1] https://www.drperlmutter.com/five-things-since-grain-brain/
[2] https://health.gov/dietaryguidelines/2015/guidelines/
[3] https://www.drperlmutter.com/yes-gluten-sensitivity-is-very-real/

Shiatsu e Parkinson: un connubio che vale la pena provare

Lo Shiatsu (in italiano si traduce con digitopressione) è una tecnica giapponese riconosciuta dalle autorità mediche giapponesi che affonda le sue radici nella medicina tradizionale cinese, e utilizza dita, palmi delle mani, gomiti, ginocchia, e tecniche di stretching per stimolare alcuni punti e aree del corpo considerate importanti per mantenere uno stato di salute buono o ristabilire uno stato di salute compromesso. I punti sono quelli utilizzati dalle tecniche di agopuntura, mentre le aree, chiamate meridiani energetici, sono quelle che uniscono tali punti. Il principio è di aiutare il corpo a non ammalarsi in primo luogo, e a curarsi da solo se necessario. Un altro aspetto da sottolineare è l’approccio olistico alla diagnosi dello stato di malattia, che integra possibili cause psicosomatiche.

Nonostante lo shiatsu stia avendo ormai da svariati anni un crescente successo in occidente, ci sono pochi studi scientifici pubblicati che ne verifichino attendibilmente l’efficacia. Ne ho trovati un paio di recenti che illustro brevemente di seguito.

Il primo studio [1] è stato condotto su di un campione di 34 donne affette da fibromialgia, successivamente divise in due gruppi di 17 donne, ciascun gruppo avente sintomatologie simili. Ad uno dei due gruppi sono stati somministrati dei trattamenti shiatsu bisettimanali per 8 settimane, mentre all’altro no. Al termine delle 8 settimane il gruppo cui erano stati somministrati dei trattamenti shiatsu ha mostrato un significativo miglioramento rispetto al gruppo di controllo per quanto riguarda il dolore percepito, la soglia del dolore, e la qualità del sonno.

Il secondo studio [2] è stato condotto su di un campione di 37 soggetti affetti da mal di testa primario, cioè per il quale non sono state trovate cause evidenti, e refrattario alle cure standard. Il campione è stato successivamente diviso in tre gruppi. Ad un primo gruppo è stato somministrato un farmaco utilizzato in questi casi (l’amitryptilina), ad un secondo gruppo sono stati somministrati dei trattamenti shiatsu, mentre ad un terzo gruppo entrambe le cose. Tutti e tre i gruppi sono migliorati, ma il gruppo che ha ricevuto solamente trattamenti shiatsu è migliorato di più e non ha sofferto degli effetti collaterali del farmaco.

Su Shiatsu e Parkinson ho trovato un interessante esperienza della Associazione Svizzera Shiatsu Namikoshi [3], che seppur un po’ datata (2005) e non esattamente rigorosa dal punto di vista scientifico, fa ben sperare.  Si tratta di trattamenti somministrati a 8 parkinsoniani che alla fine hanno testimoniato un miglioramento nella rigidità, mobilità, qualità del sonno, ed in generale dello stato psico-fisico.

Infine io, che sono un curioso sperimentatore soprattutto in assenza di effetti collaterali,  nell’ultimo anno ho provato dei trattamenti shiatsu da quattro operatori diversi (una ventina in tutto) e ho constatato un rilassamento generale, una diminuzione dei dolori muscolari, un miglioramento della qualità del sonno, ed un miglioramento del tono dell’umore. Ho anche intrapreso un percorso per diventare operatore, constatando dei benefici significativi anche nel trattare altre persone.

Che dire? Provate anche voi!

[1] http://ard.bmj.com/content/71/Suppl_3/745.1

[2] https://www.abmp.com/updates/news/new-study-tests-efficacy-shiatsu-and-medication-treat-headaches

[3] http://www.namikoshi.ch/projects/assn/download/attivita_volontariato/36_pdf_parkinson.pdf

Testing black box, Meridiani Energetici, Teoria della Complessità, e Medicina

Figura anatomica in avorio, Giappone, 1800-1920

Data una applicazione software, possiamo pensare ad essa come ad una entità in grado di fornire, a fronte di determinati dati iniziali che noi inseriamo (input), un determinato risultato (output). Quello che in questo caso ci interessa non è il “come” questa entità produca i risultati, cioè l’analisi della tipologia e collocazione delle sue istruzioni interne, ma semplicemente il “cosa” , ovvero i risultati prodotti. Il testing black box di una applicazione prevede appunto di fornire determinati input all’applicazione e stare a vedere come si comporta, non potendo osservare dentro la “scatola nera” quello che succede. Se i risultati prodotti coincidono con i risultati attesi il test si considera superato, mentre se non coincidono, siamo ragionevolmente sicuri che vi è un errore nell’applicazione.

I meridiani energetici, secondo la medicina tradizionale cinese, sono dei canali di energia che scorrono lungo tutto il corpo umano formando un sistema organico coerente che si può paragonare ai sistemi sanguigno o linfatico, comprendendo anche parte di essi. I punti utilizzati dall’agopuntura e da tecniche di digitopressione come lo Shiatsu sono collocati appunto sui meridiani. L’idea è che in un corpo sano l’energia fluisce liberamente, mentre se si creano dei punti di accumulo o di carenza di energia si generano degli scompensi che vanno sanati riportando il flusso alla normalità, pena la malattia. A prescindere da ciò che pensiamo della medicina tradizionale cinese, e a prescindere dal fatto che con i moderni mezzi di indagine diagnostica si stanno iniziando a raccogliere delle evidenze interessanti sull’esistenza dei meridiani [1][2], è interessante notare l’approccio che i medici cinesi hanno escogitato per ovviare al fatto che, sembra, per lunghi periodi storici non sia stato loro concesso di sezionare i cadaveri per analizzarne l’anatomia. Analogamente a ciò che viene fatto con le applicazioni software, i medici cinesi hanno trattato il corpo umano come una black box, osservando che a fronte di un input consistente nella stimolazione di certi punti, corrispondeva un certo output in termini di salute dell’individuo. Non se ne comprendevano le ragioni, ma di fatto l’approccio ha dato risultati tangibili, attingendo alla capacità di auto-guarigione del corpo umano.

Infine, la teoria della complessità. Si è ormai capito che ci sono sistemi i cui comportamenti sono molto difficili da comprendere con un semplice approccio analitico. Fra i molteplici esempi di sistemi complessi abbiamo il sistema climatico, la crosta terrestre (di interesse anche per la previsione dei terremoti), i sistemi sociali ed economici, gli ecosistemi, e gli organismi viventi, tra i quali ovviamente ci interessa il corpo umano. In fisica un sistema complesso viene studiato in maniera olistica, cioè usando un approccio black box. La differenza rispetto al test di un programma deterministico, che restituisce sempre gli stessi valori a fronte dello stesso input, risiede nel fatto che i risultati prodotti potrebbero variare anche a fronte degli stessi input, perché le interazioni fra le varie parti di un sistema complesso non possono venire esaustivamente analizzate.

Nel caso del corpo umano, l’approccio tendenzialmente analitico e sostanzialmente lineare della medicina occidentale, del tipo “ti prescrivo il farmaco X perché lamenti un problema all’organo Y “, sta portando ad un eccesso nella prescrizione e nell’utilizzo dei farmaci. Mentre sarebbe un errore demonizzare la medicina occidentale, perché ci sono problematiche per cui rimane estremamente efficace, sarebbe a mio avviso auspicabile che l’approccio puramente analitico si evolva in un approccio più olistico che tenga conto del fatto che l’uomo è un sistema complesso. Per fare un esempio, i molti problemi specifici che sono causati dallo stress e conseguenti processi ossidativi, potrebbero essere a loro volta connessi a fattori psicologici che potrebbero essere curati senza ricorrere a farmaci, sfruttando le capacità di autoguarigione del corpo umano.

[1] CT Scans Reveal Acupuncture Points

[2] Bonghan Circulatory System as an Extension of Acupuncture Meridians